La parata di robot domestici presentata al CES, con modelli capaci di piegare il bucato e preparare la colazione, solleva interrogativi profondi sul futuro del lavoro e della vita domestica. Non si tratta più di fantascienza, ma di prototipi tangibili, pronti (o quasi) a invadere le nostre case. L’innovazione tecnologica, in questo caso, promette un futuro di “zero labor home”, come lo definisce LG. Ma a quale prezzo?
Se da un lato l’idea di delegare le incombenze domestiche a un esercito di automi è allettante, dall’altro è lecito interrogarsi sulle implicazioni sociali ed esistenziali di una simile trasformazione. La scomparsa del lavoro domestico, tradizionalmente considerato un’attività faticosa ma anche un’occasione di cura e connessione, potrebbe portare a un impoverimento delle relazioni interpersonali e a una perdita di significato per chi, magari, si identificava proprio nel ruolo di custode della casa.
Inoltre, la diffusione massiccia di robot domestici solleva questioni etiche e ambientali non trascurabili. Chi avrà accesso a queste tecnologie? Come verranno gestiti i dati raccolti dai robot attraverso le telecamere e i microfoni? E quale sarà l’impatto ambientale della produzione e dello smaltimento di questi dispositivi? La promessa di un futuro senza fatica rischia di oscurare le zone d’ombra di una società sempre più automatizzata.
Forse, prima di accogliere a braccia aperte i nostri nuovi coinquilini robotici, dovremmo riflettere attentamente su cosa significa davvero “casa” e su quali valori vogliamo preservare in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia. L’innovazione è un potente motore di cambiamento, ma è fondamentale guidarla con consapevolezza e responsabilità, per evitare che i sogni di alluminio si trasformino in incubi digitali.
Dobbiamo chiederci: vogliamo davvero una casa senza lavoro, o una casa con un lavoro più significativo?.

